Cosa vi serve sapere: una coalizione di antichi dei africani caduti in disgrazia ha deciso di prendersi la rivincita sul dio Pantera adorato in Wakanda ed ha concepito un elaborato piano per eliminare T’Challa, sovrano del Wakanda e Pantera Nera in carica e precipitare la sua nazione nel caos.

T’Shan, cugino di T’Challa è stato rapito e sottoposto ad un rituale magico. Ritrovato apparentemente morto, è tornato in vita superforte e quasi invulnerabile. Ha rapito Monica Lynne, la promessa sposa di T’Challa portandola in un antico tempio del dio Pantera dove ha sfidato T’Challa. Prima che lo scontro finisse misteriosi tentacoli neri spuntati dal nulla hanno avviluppato T’Challa trascinandolo nel regno dei morti del malefico dio Iena ed è da qui che riprende la nostra narrazione da lungo tempo interrotta.

 

 

 

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di

Carlo Monni & Carmelo Mobilia

(da un’idea di Fabio Chiocchia)

 

Capitolo 6

 

Tenebre

 

 

Wakanda.

 

T’Challa era appena scomparso sotto gli occhi inorriditi di tutti i presenti.

L’essere che diceva di essere T’Shan alzò le braccia al cielo ed esclamò trionfante:

<Ho vinto! Questa terra è mia. Sono la nuova Pantera Nera!>

<Non hai vinto niente!> replicò il Lupo Bianco avanzando verso di lui <Non è stato un combattimento rituale e T’Challa è scomparso prima che lo scontro finisse. Nessuno ti riconoscerà come nuova Pantera Nera, io non ti riconoscerò!>

T’Shan fece una risata di scherno.

<Ecco il figlio adottivo, il bianco che pretende di essere uno wakandano, uno della famiglia. Tu non sei nulla per me.>

<Lo vedremo chi è nulla!>

Il Lupo Bianco spiccò un balzo verso il suo avversario ma T’Shan lo bloccò facilmente afferrandolo al collo con una sola mano e tenendolo sollevato in aria con irrisoria facilità.

<Forse T’Challa poteva avere una minima possibilità di sconfiggermi…> disse in tono sprezzante <… ma tu, patetica imitazione, non ne hai mai avuta nessuna!>

Come fosse una bambola lo sollevò e senza il minimo sforzo lo scagliò oltre il ciglio di un vicino burrone.

Gli astanti udirono il suo grido mentre precipitava e poi più nulla.

L’essere che un tempo era stato T’Shan lanciò un grido di trionfo che alle orecchie dei presenti suonò come un ruggito.

<Vuoi provarci tu, adesso, Omoro?> disse ghignando.

Il vecchio guerriero privo di un occhio rimase fermo a riflettere. Aveva sparato al suo avversario in precedenza ma senza effetto,[1] se ci avesse riprovato l’esito sarebbe stato sicuramente lo stesso.

Quello che aveva di fronte aveva solo l’aspetto di T’Shan ma era qualcuno… no: qualcosa… di molto diverso e lui credeva di aver capito la sua identità.

Abbassò la sua arma e l’altro gli disse:

<Bravo Omoro, sei davvero saggio come dicono.>

T’Shan afferrò Monica Lynne e se la caricò sulle spalle. Dalla sua gola uscì un brontolio soddisfatto mentre iniziava la sua marcia verso la capitale del Wakanda seguito dai suoi seguaci che indossavano maschere a forma di testa di leone.

 

 

New Orleans.

 

L’uomo di colore, allampanato non veniva spesso al Tipitina Club ma doveva riconoscere che il suo essere un luogo neutrale lo rendeva adatto ad un certo tipo di incontri per quelli come lui che vivevano, se così si poteva dire, sul filo di un delicato equilibrio e lui di fili e tessiture se ne intendeva, pensò con un sorrisetto divertito.

Indossava un completo blu gessato ed aveva una bombetta sulla testa, occhiali tondi e fini e un paio di eleganti guanti viola alle mani, un abbigliamento antiquato avrebbe detto qualcuno, ma non per lui.

Individuò immediatamente la presenza di altri suoi simili tra gli avventori del locale.

Alcuni erano versioni un po’ differenti di quelli che aveva conosciuto, nati dalla mescolanza di credenze degli schiavi africani, dei nativi dei Caraibi e del Cristianesimo ma non gli interessava in quel momento. La sua attenzione era presa da colui che era venuto ad incontrare.

Anche lui aveva preso un aspetto umano ma non ci si poteva sbagliare: nero come l’ebano, occhi verdi che risplendevano nella sala buia, fisico muscoloso ma snello ed elegante, portamento regale, smoking nerissimo.

Circolavano molte storie sul suo conto: che facesse parte di una stirpe antica di divinità ormai dimenticate, che fosse stato lo sposo della dea gatto del pantheon egizio, che in realtà fosse lui stesso la dea gatto che fingeva di essere maschio e tante altre ancora.

 Il nuovo arrivato le conosceva tutte, dopotutto era stato lui a narrarle ma forse nemmeno lui sapeva qual era quella vera: magari tutte o magari nessuna.

L’uomo allampanato che da quando si era stabilito a New Orleans si faceva chiamare Monsieur Toile[2] ma spesso usava il nome A. Nancy, sfoderò un sorriso, in apparenza caloroso e si avvicinò al tavolo e si sedette davanti all’altro dicendo:

<Il tuo invito mi ha sorpreso nobile Osebor[3]ma sono lieto di rivederti.>

<Piantala, ingannatore. Sai bene perché ho voluto vederti ed ho voluto farlo qui e non in quel pulcioso pub dove ti diverti a trascorrere le tue giornate in mezzo ai mortali.> replicò l’altro con durezza.

<Non è pulcioso.> ribatté l’uomo allampanato <E se tu passassi più tempo con loro impareresti ad apprezzare quello che hanno da offrire gli umani invece preferisci startene nel tuo cielo felino e non ti accorgi di quanto succede alle tue spalle.>

<Quindi ammetti di sapere del complotto ai miei danni.>

<Saperlo? Potrei quasi dire che l’ho organizzato io se non fosse una vanteria troppo grossa perfino per me.>

L’uomo che era stato chiamato Osebor strinse gli occhi e con tono duro chiese:

<Perché?>

<Perché no?> ribatté l’ometto in tono divertito <Per troppo tempo ti sei cullato nella sicurezza, convinto di aver sconfitto i tuoi avversari, compiaciuto della devozione dei tuoi fedeli. Avevi bisogno di una lezione di umiltà.>

L’altro tacque per quello che sembrò un tempo interminabile ma che in realtà furono solo pochi secondi, poi disse:

<Non vinceranno.>

<Il Leone e la Iena hanno già vinto, il tuo campione è sconfitto e la sua nazione sta per cadere. Rimani solo tu.>

<NO!> ribatté l’uomo vestito di nero picchiando un pugno sul tavolo < Non sono solo… e tu lo sai, non è vero Anansi?>

L’ometto allampanato fece un largo sorriso e replicò:

<Parli del gemello? In effetti ci avevo pensato. Il Leone lo ha dimenticato ma io no. Sarà divertente vedervi agire uniti.>

<Ti sei preso gioco anche dei tuoi alleati, quindi?>

<Non sono i miei alleati ma solo gli interpreti di una storia che ho immaginato. È interessante. Vuoi sentirla? ma prima…>

L’ometto allungò un braccio che uscì improvvisamente dal suo fianco destro ed attirò l’attenzione di una cameriera che si avvicinò senza mostrare la minima sorpresa.

<Portaci altri due Bourbon, dolcezza. Chiacchierare mi mette sete.>

<Subito, M’sieur.>

Mentre la cameriera si allontanava, l’ometto si rivolse ancora a quello vestito in nero ed aggiunse:

<Ti ho mai detto quanto adoro raccontare storie? Questa comincia tanto tempo fa e parla di un leone, una pantera, un gorilla ed una iena…>

 

 

Altrove.

 

Dove sono?  pensò T’Challa non appena riprese conoscenza, subito seguito da “Cosa è successo?” mentre constatava di non riuscire a muoversi.

L’ex sovrano del Wakanda era infatti legato a pancia all’insù ad una roccia: gli arti erano saldamente legati a delle corde che gli procuravano tagli ad ogni movimento. Il ventre era completamente esposto.

Si sentiva totalmente vulnerabile.

<Sei nel regno dei morti, Pantera nera.> disse una voce che proveniva da dietro la testa.

T’Challa si sforzò di girarsi per scorgere il volto del suo interlocutore, ma senza riuscirci.

Questi allora si mise in una posizione dove il suo prigioniero potesse vederlo.

Si trattava di un uomo alto, sui due metri, che vestiva solamente un perizoma in pelle, e aveva la testa di una iena.

T’Challa non poteva credere ai suoi occhi: costui aveva tutta l’aria di essere una creatura sovrannaturale.

Stava forse sognando?

<Finalmente dopo tutto questo tempo sei finalmente mio!> disse quell’essere <È da molto infatti che volevo l’occasione di cancellare dall’esistenza il simbolo vivente del culto della Pantera! Oggi finalmente ne avrò il piacere!> così dicendo fece un cenno e un branco di iene fameliche si avvicinarono minacciose a T’Challa.

Le fiere s’avventarono sul corpo inerme del Vendicatore africano, che come un novello Prometeo veniva crudelmente torturato. Il dio iena rideva sadicamente per l’agonia provata dall’eroe.

<N-Non è reale! Non è reale!> si ripeteva T’Challa, cercando di resistere al dolore <è solo un’allucinazione provocata dal gas Ndoto... non può essere reale!>

Pantera Nera conosceva bene gli effetti del gas sintetizzato dagli scienziati della Rudyarda, e si rifiutava di cedere alla paura e al dolore.

<Non m’importa chi c’è dietro... allucinazione o meno, non ho nessuna intenzione di arrendermi!> e dicendo così, facendo appello a tutte le sue forse, spezzò le corde che lo immobilizzavano e cominciò a colpire e a respingere le bestie feroci che gli erano addosso.

<Fossi anche al cospetto di un dio della morte, non me ne andrò senza combattere!> urlò furioso!

 

 

Capitale di Wakanda.

 

S’Yan era preoccupato. Quello che gli aveva raccontato la sua giovane nipote Shuri sarebbe sembrato incredibile a molti ma non ad uno come lui. Aveva visto con i suoi occhi sciami di mosche materializzarsi praticamente dal nulla nella terrazza dell’appartamento newyorkese di suo figlio ed aggregarsi fino a formare malefiche creature in forma di iena che avevano cercato di uccidere lui e T’Challa.[4] Non faticava a credere che forze soprannaturali fossero all’opera. Wakanda aveva subito diversi attacchi in passato ma si trattava comunque sempre di avversari magari superumani ma pur sempre di questo mondo ed anche se talvolta con fatica ogni attacco era stato respinto. Stavolta poteva essere molto più difficile.

L’ultimo figlio di Azzari il Saggio rimasto in vita fissò il costume rituale della Pantera Nera appeso in una teca posta in angolo del suo studio e la sua mano si allungò a sfiorarlo.

In quel momento il suo cellulare squillò.  Era W’Kabi, il Ministro della Difesa, uno dei più fidati collaboratori di T’Challa e quando chiamava raramente era per dare buone notizie. L’espressione del suo volto sul display confermava i peggiori timori di S’Yan.

<Cosa succede?>

<<Vieni a vedere tu stesso.>> fu la risposta dell’altro.

S’Yan era perplesso: non era da W’Kabi essere così criptico, ma quando uscì nella piazza antistante il palazzo reale capì perché non aveva voluto dire di più.

Nel centro della piazza stava T’Shan redivivo, a petto nudo, mentre della veste con cui era stato sepolto non rimanevano che pochi brandelli. Al suo fianco due uomini in abiti tradizionali il cui volto era celato da maschere a forma di testa di leone ed ai suoi piedi Monica Lynne scalza e con gli abiti stracciati in più punti.

La gente intorno era sorpresa e spaventata.  Quello era davvero lo sfortunato Principe che era stato sepolto il giorno prima?[5] Come aveva potuto tornare dalla tomba?

<Sorpreso di vedermi, padre?> chiese il nuovo venuto in tono irridente.

<Come fai ad essere ancora vivo?> ribatté S’Yan.

<Tutto qui? Non sei felice di poter riabbracciare il tuo unico figlio?>

Prima che S’Yan potesse rispondere si fece avanti W’Kabi e con voce dura disse:

<Che tu sia o meno T’Shan, ci devi una spiegazione. Sei qui con due estranei che portano le insegne del dio Leone che tutti sanno essere nemico del dio Pantera e tratti la futura sposa di T’Challa come una prigioniera.>

<T’Challa è morto, io l’ho ucciso in duello e secondo la legge della sfida ora sono io il nuovo sovrano, la nuova Pantera Nera!>

Ci fu un attimo di sconcerto: se T’Shan avesse detto il vero, adesso era lui il legittimo sovrano. Cosa dovevano fare?

Improvvisamente alle spalle di T’Shan si sentì una voce stentorea:

<Mente!>

La folla si fece da parte per lasciar passare Omoro che ripetè:

<Mente! Non ha ucciso T’Challa, il nostro sovrano è stato rapito da oscure creature, il duello non è stato regolare e lui non è il vero T’Shan ma un demone vomitato da chissà quale inferno. Non ha alcun diritto al trono.>

<Dice il vero?> chiese S’Yan.

<Su T’Challa?> ribatté il suo presunto figlio <Forse non l’ho materialmente ucciso ma l’ho comunque sconfitto ed ora è nel peggiore degli inferni tra mille tormenti, potete credermi. Il trono è mio, vi conviene accettarlo.>

Gli sguardi di tutti si puntarono su S’Yan che con voce ferma replicò:

<Solo il Consiglio del Clan della Pantera può proclamare il nuovo sovrano ed io raccomanderò di respingere la tua pretesa. Tu non meriti il trono. Chiunque o qualunque cosa tu sia, non sei mio figlio ed io ti respingo.>

T’Shan rise e replicò a sua volta:

<Credi di intimorirmi, vecchio? Non sei alla mia altezza, nessuno di voi lo è. Posso spezzarvi tutti come fuscelli.>

<E allora dovrai farlo.> intervenne un giovanotto mingherlino con gli occhiali <Anche io, Joshua Itobo, ti respingo e ti sfido.>

<Ed io pure.>

A parlare era stato un uomo sulla trentina, fisico tonico, baffi e pizzetto. Il suo nome era Khanata, ed era uno dei cugini di T’Challa, normalmente viveva in Europa ma era tornato per assistere all’imminente matrimonio di T’Challa. Non amava combattere ma conosceva il suo dovere.

<E anch’io.> intervenne una giovane donna allineandosi agli altri.

<Ah, la piccola Shuri.> commentò in tono ironico T’Shan <La sorellina di T’Challa mostra gli artigli. Peccato, Shuri, seguirai il fato di chiunque mi si opponga: la sconfitta e la morte.>

<Non ne sarei così certo al posto tuo.>

<E allora sia come volete. Accetto la vostra sfida.>

<Ci troveremo nell’arena tra un’ora.> disse S’Yan <Fino ad allora non compirai atti ostili e nessuno ti toccherà.>

<Non sono d’accordo.> intervenne W’Kabi <I miei soldati possono averne ragione.>

<Sì, dacci l’ordine e lo attaccheremo.> aggiunse Ayo, comandante delle Dora Milaje, la milizia di sole donne che costituiva la guardia personale del sovrano.

<No!> replicò in tono imperioso S’Yan <Questa è una questione del Clan della Pantera ed io ho impegnato la mia parola.>

<E tu rispetti sempre la tua parola, vero, padre?> lo schernì T’Shan <Ad ogni buon conto, terrò con me Monica Lynne come ostaggio a garanzia che nessuno faccia scherzi.>

T’Shan gettò indietro la testa e dalla sua gola uscì una risata crudele che si mutò in un lungo ruggito.

 

 

Altrove.

 

I cieli avevano lo stesso colore del sangue.

Intorno a lui, solamente deserto.

Scheletri ricoperti di logori stracci e iene inferocite lo circondavano.

Ma T’Challa figlio di T’Chaka non era dominato dalla paura, no: il sentimento che albergava nel suo cuore era solo una cieca e incontrollabile rabbia, grazie alla quale si stava battendo contro di essi per la propria sopravivenza.

Dopotutto, non era il guerriero supremo del Wakanda? Nessuna Pantera Nera aveva mai ceduto la propria vita senza combattere, e lui non sarebbe stato da meno.

Rapido e potente abbatteva i corpi ammuffiti degli zombie che gli si paravano contro, evitava per poi colpire a sua volta le belve che cercavano di divorarlo; lottava come in indemoniato, ma i nemici sembravano non finire mai.

< È inutile che opponi resistenza, Pantera!> lo derideva il dio Iena <Sei nel mio regno qui, completamente solo: nessuno verrà in tuo soccorso! Cedi!>

<MAI!> gridò indomito l’eroe wakandano.

 

 

L’Aia, Paesi Bassi.

 

Presso la Corte Penale Internazionale si stava preparando il processo contro Raoul Bushman, deposto Presidente del Burunda[6], imputato di vari crimini di guerra e contro l’umanità.

Bushman non era un detenuto comune: ex mercenario privo di scrupoli, era in grado di uccidere diversi uomini a mani nude, in più, Il suo volto era spaventoso, vi aveva fatto tatuare sopra un teschio che lo rendeva ancor più inquietante, per questo motivo la sua sorveglianza era stata affidata ad una squadra dello S.H.I.E.L.D.

L’uomo era immobilizzato da catene ai polsi e alle caviglie e tenuto sotto tiro da agenti altamente addestrati.  Un solo movimento fuori luogo e questi gli avrebbero sparato.

Nessuno tentativo di fuga era ipotizzabile.

Bushman era pazzo, ma non tanto da sfidare un’intera squadra dello S.H.I.E.L.D. da solo e per di più disarmato.

All’improvviso, però, Il veicolo che portava Bushman dalla prigione al palazzo della Corte saltò per aria, come se avesse calpestato una mina.

<Siamo sotto attacco!> gridò uno degli agenti.

In realtà il veicolo era stato colpito su di un fianco da un colpo di bazooka.

Tutti coloro al suo interno furono colti di sorpresa.

Lo sportello posteriore si aprì e dei lacrimogeni vennero lanciati contro il blindato. Una nube bianca si alzò, ricoprendo il perimetro.

Uno degli agenti, pur stordito, provò ad avvisare i soccorsi, ma venne freddato da un colpo di pistola.

Un commando armato, coi volti coperti da una maschera antigas, si avventò sul mezzo, freddando tutti gli agenti sul posto.

Solo Bushman fu risparmiato.

< È lui?> chiese uno dei commando.

<Sì. Prendiamolo e andiamocene.>

Stordito per l’esplosione e per il gas, ma illeso, Bushman venne scortato su di una navicella, poi questa prese il volo e abbandonò il luogo, lasciando dietro solo una scia di cadaveri.

 

 

Capitale del Wakanda.

 

Era passato molto tempo dall’ultima volta che aveva partecipato ad una sfida per determinare chi sarebbe stato il Re del Wakanda ma certe cose non si dimenticavano facilmente

S’Yan indossò il costume rituale e la sua mente tornò ai giorni lontani in cui T’Challa era ancora troppo giovane per rivestire il ruolo di Pantera Nera e lui ogni tanto assisteva suo fratello N’Baza, il reggente designato, nel difficile compito. Aveva venti/trent’anni di meno però e questo poteva fare la differenza.

Si calò la maschera sul volto ed uscì all’aperto raggiungendo il luogo predisposto per lo scontro dove li stavano aspettando i suoi nipoti Khanata, Joshua Itobo e Shuri, ognuno di loro indossava il costume della Pantera Nera con alcune varianti a personalizzarlo. Non ci fu bisogno di parole ed affiancati entrarono nell’arena.

 Sugli spalti dell’improvvisata arena S’Yan riconobbe la Regina Madre Ramonda che cercava di nascondere l’apprensione, al suo fianco c’erano altri membri della famiglia reale: la matronale Zuni ed il massiccio Ishanti, la giovane M’Koni con il suo figlio americano Billy Wheeler. Con loro anche il Primo Ministro N’Gassi, W’Kabi ed altri dignitari.

Al centro dell’arena li aspettava T’Shan che indossava anche lui una calzamaglia nera che sembrava disegnata sui suoi muscoli possenti.

Monica Lynne era incatenata ad un palo e di tanto in tanto veniva punzecchiata dalle lance degli sgherri di T’Shan.

“Non è T’Shan” si ripetè S’Yan “Quello è solo il corpo di mio figlio ma lo spirito che lo abita e lo ha reso più grande e più forte ed io ho appena capito chi è.”

<Finalmente siete arrivati.> li motteggiò T’Shan <Stavo cominciando ad annoiarmi.>

<Risparmiaci le chiacchiere.> lo apostrofò Khanata <Dicci piuttosto chi di noi vuoi che ti affronti per primo.>

<Non ha importanza.> replicò l’altro cominciando a calarsi la maschera sul volto <Posso affrontarvi anche tutti e quattro insieme. Voi non siete niente davanti alla potenza del…> la maschera calò sul volto mostrando una folta criniera nera <… dio Leone.>

 

 

Wakanda

 

Nei pressi di una cascata emerse dalle acque un corpo.

Portava segni di lotta, i vestiti che indossava erano strappati... eppure, era ancora vivo.

Era K’Winda, Hunter, il Lupo Bianco, incredibilmente sopravissuto allo scontro con T’Shan.

Pur non avendo lo stesso sangue di T’Challa, l’uomo condivideva con lui la stessa tempra e l’essere duro da uccidere.

Mentre giaceva parte in acqua e parte sulla riva, dal nulla gli apparve davanti una bambina che vestiva una toga attillata come quelle che portavano le donne ai tempi dell'antico Egitto.

La sua pelle era color del mogano e i suoi occhi erano azzurri come due zaffiri.

 Stava sospesa a mezz'aria sopra la superficie dell'acqua e dal suo corpo emanava una strana luminescenza argentea.

<Alzati K’Winda. Il Wakanda ha ancora bisogno di te.> disse la bambina.

<Chi... sei?> chiese l’uomo ferito.

<Sono Maisha.>

 <Io sono ... morto? Sei qui per prendere il mio spirito?> domandò ancora, convinto di essere al cospetto di una creatura celeste.

<No. La tua ora non è ancora giunta. Sono venuta a dirti di non arrenderti; T’Challa ha ancora bisogno del tuo aiuto.>

<T’Challa è... vivo?>

<Sì, lo è. Le forze oscure minacciano il Wakanda, una guerra è alle porte, e solo guerrieri come voi possono riportare la luce....>

 

 

 

CONTINUA!

 

 

NOTE DEGLI AUTORI

 

 

            Riprende dopo una lunga pausa la saga della Pantera Nera ideata da Fabio Chiocchia, una storia in cui il misticismo africano si fonde con l’intrigo politico, magia e tecnologia camminano insieme mentre gli dei intervengono negli affari degli umani. Sapremo rendere giustizia a questa complessa tela? Solo voi potrete dirlo. È giusto, comunque, confessare che a questa ricetta abbiamo aggiunto del nostro. Ci perdoni l’autore originale.

            Nel prossimo episodio: abbiamo appreso l’identità di uno dei nemici del Wakanda ma la ragnatela di inganni è ancora molto intricata e molto c’è ancora da scoprire. Riusciranno quattro pantere a sconfiggere un leone o soccomberanno alla sua forza? T’Challa riuscirà a fuggire dall’oltretomba del dio Iena? Chi ha liberato Raoul Bushman e perché? Qual è il ruolo del Lupo Bianco?

            Per sapere almeno parte delle risposte, tornate qui.

 

 

Carlo & Carmelo



[1] Nello scorso episodio ovviamente.

[2] Tela in Francese.

[3] Leopardo in lingua Akan.

[4] Nell’episodio #2 naturalmente.

[5] Nell’episodio #4, ma dovreste saperlo.

[6]Assicurato alla giustizia da Moon Knight su Marvel Knights #43